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1. La FOTOGRAFIA_Part.6

giugno 6, 2008

Il Dopoguerra vide un’enorme espansione del rotocalco, settimanale illustrato il cui esempio maggiore fu la rivista americana Life, nata nel 1936. Vi comparivano servizi fotografici talvolta frivoli, che raccontavano la vita dei regnanti o presentavano la nuova moda femminile, con le sue gonne larghissime in risposta alle limitazioni sul tessuto negli anni della guerra; talvolta, invece, i reportages erano molto impegnati, come quelli del grande fotografo Robert Capa (1913-1959), morto mentre lavorava in Vietnam.

In tempi in cui la televisione non era ancora diffusa, il fotogiornalismo contribuì a creare icone popolari, riprodotte milioni di volte e destinate a una propagazione della medesima immagine così capillare da non avere precedenti.

Alfred Eisenstaedt, Il giorno della vittoria, 1945. Gelatina d’argento, 24×15 cm. Colonia, Museo Ludwig.

L’invenzione della fotografia, comunque, assume una portata che va al di là di quella che era la realtà storica e culturale dell’Ottocento, proiettandosi direttamente nel nostro tempo, nel quale l’immagine (fotografica, cinematografica o televisiva che sia) è arrivata ad influenzare addirittura il modo di vivere e di pensare di milioni di persone.

Oggi la pittura si ispira alla fotografia ed esplora la vita contemporanea: la politica e la storia, il lavoro e il tempo libero, lo spazio sociale e la famiglia, lo spazio dell’individuo moderno.

“L’amante della vita universale entra nella folla come in un immenso serbatoio di elettricità”

scrisse Charles Baudelaire nel saggio intitolato Le peitre de la vie moderne (Il pittore della vita moderna) apparso su “Le Figaro” nel 1863. Il poeta francese esortava il pittore moderno ad adottare come soggetto la vita effimera e in continuo mutamento delle nuove città. Nel Diciannovesimo secolo, all’inizio di quella che un secolo più tardi sarebbe divenuta nota come “società dello spettacolo”, quando il mondo cominciava appena a riempirsi di immagini grazie alla fotografia, gli artisti esaltavano nei loro dipinti “l’istantaneità della vita”, rappresentata e catturata dagli scatti fotografici.

All’inizio degli anni Sessanta, un secolo dopo la comparsa del saggio di Baudelaire, un’intera generazione di artisti si rivolgeva di nuovo alle immagini dei media e alla fotografia in generale per re-inventare una forma di pittura della vita contemporanea. Questi artisti offrivano, attraverso la loro arte, la consapevolezza e la coscienza di vivere in una società inondata da un enorme numero di fotografie, riprodotte continuamente dalla pubblicità e dai mass media.

“Cinema, televisione, riviste e giornali immergevano l’artista in un ambiente totale, e quella nuova atmosfera visiva era fotografica. Per qualche motivo non sembrava necessario rimanere aggrappati alla vecchia tradizione di contatto diretto con il mondo. Le riviste, o qualunque altro tramite visivo, potevano fornire uno stimolo altrettanto valido per la realizzazione di dipinti”,

dichiarò l’artista britannico Richard Hamilton nel 1969, ricordando il decennio appena trascorso.

Per reazione alla moda dell’astrattismo che dominava da decenni, tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta pittori come Hamilton, Andy Warhol, Gerhard Richter e Michelangelo Pistoletto mostrarono la fonte fotografica delle loro opere, ed espressero la consapevolezza della loro possibile perdita di autorità sulla cultura visiva in una società in rapido mutamento.

“Usando fonti fotografiche gli artisti riconoscevano implicitamente che non aveva più senso separare la creazione di quadri dall’incredibile abbondanza di immagini riprodotte meccanicamente, e con le loro opere indagavano, in misura diversa, come quell’onnipresente mezzo espressivo stesse alterando il nostro modo di vedere”

scrive Ralph Rugoff.

Modificando e introducendo cambiamenti nelle dimensioni, nella messa a fuoco e nella grana, gli artisti aspiravano a prendere distanza dalle immagini troppo familiari, fornendo così l’occasione di rivalutarne il significato. La fotografia, vista non più semplicemente come un promemoria, un aide-memoire, diventava sia il soggetto che l’oggetto di quadri che rappresentavano la tradizione da un mezzo espressivo all’altro.

Alla fine degli anni Settanta, Martin Kippenberger analizzò una nuova relazione tra fotografia, vita quotidiana e arti: osservando che si vive in un mondo inondato di immagini, durante il suo soggiorno a Firenze nel 1976, dipinse una tela al giorno, basandosi in modo del tutto casuale su cartoline, immagini prese dai giornali e istantanee creando così un archivio di “cattiva” pittura.

Oggi sempre più artisti scelgono di basare i loro dipinti su fotografie, immagini tratte dai mass media e da internet, istantanee scattate da una macchina fotografica o addirittura da un telefono cellulare. Tutta via, la visione “meccanica” dell’apparecchio fotografico presente nelle opere degli anni Sessanta non è al centro dell’interesse di questi artisti, che preferiscono espandere l’aspetto “pittorico” e studiare gli effetti che il dipingere partendo da fotografie produce sulla soggettività. Scegliere la pittura nel contesto di una società traboccante di immagini digitali significa comprendere l’incapacità della fotografia, ed il conseguente fallimento, di rappresentare la complessità della vita contemporanea. Questi artisti, attraverso un procedimento di prelevamento dell’immagine dalla fonte originaria (giornali, televisione, cinema) -di copiatura, di ritocco e di reinterpretazione personale- interrompono e rallentano il flusso di produzione delle immagini del nostro tempo, ampliando la durata dello sguardo sulla rappresentazione della vita moderna.

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