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1. la FOTOGRAFIA_part.2

maggio 31, 2008

La prima fotografia

La prima ripresa fotografica vera e propria venne realizzata nel 1827 dal francese Nicéphore Niépce, che mise a punto anche il relativo apparecchio.

Al posto del vetro smerigliato aveva una lastra di péltro, resa sensibile alla luce da un’emulsione a base di bitume. La fotografia, la cui esposizione richiese ben 8 ore, rappresenta il panorama visibile dal laboratorio di Niépce e costituisce il primo esempio di ripresa diretta dal vero senza alcun intervento umano.

A Louis-Jacques Mandé Daguerre si deve invece il brevetto (1838.) di quella forma di rappresentazione fotografica detta appunto dagherrotipia, consistente nell’impressionare con la luce di una camera ottica una lastra di rame argentata, precedentemente trattata con dei vapori di iodio. L’impiego di speciali sali di mercurio, infine, serviva ad invertire l’immagine riconvertendo gli scuri in chiari e viceversa, come nella realtà, e a fissarla, cioè a stabilizzare in modo definitivo i livelli di annerimento.

Il limite dell’invenzione stava però nel fatto che ogni fotografia, una volta invertita e fissata, costituiva un vero e proprio originale e non era più possibile realizzarne delle copie poiché il negativo impressionato dalla luce veniva distrutto dai Sali di mercurio che lo trasformavano nella fotografia finale.

Occorreva dunque approfondire ulteriormente la ricerca e le sperimentazioni al fine di realizzare dei negativi durevoli e riutilizzabili per ottenere copie successive di una stessa immagine, secondo il procedimento ancor oggi in uso. Dai negativi si possono poi ricavare infinite ristampe, nelle quali luci e ombre tornano a invertirsi apparendo come erano al momento della ripresa: le luci chiare, le ombre scure e i toni intermedi in varie tonalità di chiaroscuro. In Inghilterra si sperimenta, quale supporto per i negativi, una particolare carta sensibile (1834), mentre ancora ai francesi spetta l’invenzione della cosiddetta lastra, un semplice vetro reso sensibile alla luce grazie a un composto a base di albumina (1848).

Nel 1877 l’angloamericano Eadweard Muybridge esegue la prima serie di fotografie di soggetti in movimento, riuscendo in tal modo a bloccarne e ad analizzarne le varie fasi e ponendo direttamente le basi per quelli che saranno i futuri sviluppi della cinematografia.

Nel 1888, infine, viene commercializzato in America il primo rullino di pellicola Kodak, un marchio ancora oggi notissimo – a più di un secolo di distanza – sui mercati fotografici di tutto il mondo.

La fotografia metteva in discussione:

– La manualità/autorialità
– La riproducibilità
– La differenza tra cultura alta e linguaggi di massa.

 

La clamorosa invenzione e il successivo, rapidissimo sviluppo della fotografia mettono comprensibilmente in crisi il mondo artistico del XIX secolo, poiché è subito chiaro che il nuovo mezzo, strumento di sempre più precisa rappresentazione, descrizione e conoscenza delle cose, offre una molteplicità di applicazioni possibili.

Ritrattisti e paesaggisti di genere vengono subito messi fuori gioco dal mezzo meccanico, il quale produce risultati impeccabili a prezzi contenuti e in tempi imparagonabilmente più brevi rispetto a quelli della pittura. Ai ritratti dipinti, infatti, si incominciano a preferire quelli fotografici sia per la novità dell’esperienza, sia per l’indubbio, maggior realismo dei risultati, sia, infine, per la maggior economicità. Molti artisti la adottano come supporto al proprio lavoro, per esempio sostituendo il modello vivente con meno costose fotografie di nudi maschili o femminili; altri se ne servono per prendere più velocemente appunti visivi invece di eseguire schizzi e disegni; altri ancora – è il caso di Nadar, inizialmente modesto pittore e buon caricaturista – si riciclano come fotografi, un mestiere che poteva essere assai richiesto, soprattutto per la ritrattistica, e redditizio.

Mentre la fotografia prende a delinearsi come arte autonoma e con propri caratteri specifici – tra cui l’infinita riproducibilità meccanica dell’immagine – alcuni pittori, soprattutto delle giovani generazioni, se ne lasciano influenzare secondo due principali modalità: alcuni di essi riprendono dalla fotografia l’idea della oggettività della visione e propongono nei propri dipinti tagli e inquadrature tipici del nuovo mezzo; altri ricercano piuttosto una nuova libertà di pittura e d’invenzione, dal momento che la questione verosimiglianza della rappresentazione appare risolta con mezzi diversi da quelli pittorici tradizionali.

Grazie alla fotografia, infatti, la pittura cessa di essere documentaria e si concentra maggiormente sull’analisi psicologica dei personaggi o sulle emozioni che l’artista desidera trasmetterci.

La fotografia, dal canto suo, deriva dalla pittura molte delle principali regole di composizione e di inquadratura, ponendo grande attenzione anche allo studio e al bilanciamento delle luci e delle ombre. Ciò è reso possibile dal fatto che i fotografi lavorano inizialmente in ateliers del tutto simili a quelli dei pittori accademici, con l’unica differenza che al posto dei cavalletti e dei colori vi sono i monumentali apparecchi fotografici a lastre montati su solidi treppiedi. Per le riprese in esterni, poi, vengono via via sperimentati anche dei modelli portatili che, non diversamente dai colori in tubetto usati dagli impressionisti, rendono possibile fotografare anche en plein air: nascono in tal modo le cosiddette istantanee.

 

>Il periodo storico che coincide con l’invenzione del dagherrotipo è attraversato da un allargamento esponenziale del campo del visibile: l’ingrandimento, il rallentatore, il fermo immagine, la fotografia microscopica e quella aerea, permettono all’uomo di moltiplicare esponenzialmente il suo raggio visivo. Vanno a costituire quello che Walter Benjamin definisce inconscio ottico:

 

“ma la natura che parla alla macchina fotografica è una natura diversa da quella che parla all’occhio; diversa specialmente per questo, che al posto di uno spazio elaborato consapevolmente dall’uomo, c’è anche uno spazio elaborato inconsciamente. Se è del tutto usuale che un uomo si renda conto, per esempio, dell’andatura della gente, egli di certo non sa nulla del loro contegno nel frammento di secondo in cui si allunga il passo. La fotografia, coi suoi mezzi ausiliari: con il rallentatore, con gli ingrandimenti, glielo mostra. Soltalto attraverso la fotografia egli scopre questo inconscio ottico, come, attraverso la psicoanalisi, l’inconscio istintivo.”

 

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